Uomo e territorio
L’uomo ha popolato la Murgia sin dai tempi preistorici, con stazionamenti risalenti al Paleolitico (Grotta dei pipistrelli) e all’epoca Neolitica (villaggio di Murgecchia, di Murgia Timone e di Trasanello). Numerose testimonianze di queste fasi si conservano presso il Museo Nazionale “Domenico Ridola” a Matera, mentre testimonianze del periodo greco (VIII-VII secolo a.C.) e romano (dal III a C.) affiorano più numerose sul versante di Montescaglioso.
Si suppone che nel corso di questi secoli il territorio murgico fosse dominio di pastori e mandriani che abitavano in piccoli villaggi ricavati dall’adattamento di piccole caverne naturali.
Difatti, il manto boscoso che ricopriva un tempo la Murgia, ben si prestava al pascolo di bovini e di ovini.
Saranno proprio le comunità dei pastori a lasciare successivamente un segno indelebile del rapporto tra uomo e natura. Casali, villaggi rupestri, tra cui S. Nicola all’Ofra, Cristo la Selva, Villaggio Saraceno ed altri, muniti di area sepolcrale e chiesa rupestre, conservano ancora intatti il fascino dell’insediamento in grotta. A queste strutture si affiancavano gli jazzi, ovili, realizzati tenendo presente le esigenze degli animali e caratteristici per i tipici muretti a secco, per la pendenza ed esposizione a sud.
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La raccolta delle acque nella Murgia
Il territorio carsico della Murgia è uno dei più arsi d’Italia sia per la scarsità delle precipitazioni che per la conformazione geologica che convoglia in profondità le acque di superficie. L’approvvigionamento idrico di questo territorio è stato un problema affrontato dall’uomo già dal Neolitico, quando si era organizzato in villaggi di comunità: risalgono infatti a circa 6.000 anni prima di Cristo alcune cisterne rinvenute nei villaggi di Murgia Timone, della Murgecchia e di Trasano, nelle quali convergono alcune canalette che portavano l’acqua piovana che cadeva nelle vicinanze. Col tempo i metodi di raccolta delle acque si sono fatti più raffinati , al fine di non disperdere neanche una goccia del prezioso liquido da cui dipendeva la sopravvivenza dell’uomo. Si sono così sviluppati nei millenni e nei secoli, le cisterne a decantazione, quelle intercomunicanti e quelle a tetto, un sistema davvero ingegnoso. La più vicina e visitabile, attiva sino a qualche decennio fa è quella che si trova nella valletta prospiciente lo Jazzo Gattini. È una costruzione bassa con un tetto che sembra una casa sprofondata nel suolo. Al di sotto si trova una grande cisterna scavata nella calcarenite e rivestita di cocciopesto anche nella volta, al di sopra un grande tetto spiovente e a due falde e attorno alcuni canali di raccolta delle acque piovane.
da N. D’Imperio, F. Giase, Conoscere Matera. I luoghi dell’anima. Escursioni tra la Murgia, la Gravina, i villaggi neolitici e le chiese rupestri, Edizioni Magister, Matera 2023

Jazzo Gattini
Jazzo Gattini, è un antico ovile del XIX secolo completamente ristrutturato, sede del centro visite del Parco.
Sorge in località Murgia Timone, un’area panoramica di fronte ai Sassi di Matera, assai rappresentativa dell’intera area protetta.
L’accesso a quest’area di Parco è libero.

Masseria Radogna
È una tipica masseria murgiana, costruzione residenziale di metà Ottocento. Di fronte è presente una graziosa chiesetta che serviva la gente della masseria e dei dintorni. È circondata da un lungo muretto a secco che racchiude in sé anche numerosi alberi di mandorli e olivi. Sottostanti alla masseria ci sono i locali di servizio e le aree legate in passato alle attività agro-pastorali: cisterne, stalle, il forno, il fienile, la concimaia, il pollaio, magazzini. Gli spazi aperti ospitano oggi una interessante collezione botanica di piante spontanee, officinali, aromatiche, che rappresentano il patrimonio botanico del parco. Sotto il cortile principale c’è una cava di tufo, profonda 15 metri, che è stata utilizzata per costruire l’intero complesso.
da N. D’Imperio, F. Giase, Conoscere Matera. I luoghi dell’anima. Escursioni tra la Murgia, la Gravina, i villaggi neolitici e le chiese rupestri, Edizioni Magister, Matera 2023

Villaggio neolitico di Murgia Timone
Descrizione preesistenze archeologiche tutelate dal Ministero dei Beni Culturali
Quello di Murgia Timone è stato il primo villaggio neolitico trincerato della zona del materano scoperto nel 1884 dal medico-archeologo Domenico Ridola.
Il villaggio aveva due ingressi, uno posto sull’estremo occidentale, in corrispondenza delle due tombe a grotticella, e un altro sul versante orientale, a lunetta. distanti l’uno dall’altro 250 metri. In realtà, il perimetro del villaggio non è un grande circolo, ma ha la forma di un otto col cerchio orientale più piccolo dell’occidentale. La funzione di queste trincee molto verosimilmente non era quella di difesa da popolazioni bellicose, che comparvero solo dopo l’avvento dell’Era dei Metalli, ma era quella di difendere il bestiame, che era all’interno del villaggio, da animali predatori e serviva anche per contenere le mandrie stesse. All’interno di questa grande area c’è stata la sovrapposizione di varie ere: al Neolitico si è sovrapposto l’Eneolitico o Età del Rame, quindi quella del Bronzo e poi del Ferro; questo testimonia la presenza ininterrotta dell’uomo in questi territori da circa 8.000 anni.
da N. D’Imperio, F. Giase, Conoscere Matera. I luoghi dell’anima. Escursioni tra la Murgia, la Gravina, i villaggi neolitici e le chiese rupestri, Edizioni Magister, Matera 2023
Le chiese rupestri
Sono denominate “chiese rupestri” i luoghi di culto realizzati come cavità artificiali, interamente scavate dall’uomo e pertanto dotate di dignità architettonica e artistica. Nel territorio comunale di Matera raggiungono le 150 unità, comprese sia quelle in ambito urbano che quelle disseminate nell’agro. Scavate in un ampio arco temporale, dal IX al XVI secolo, a lungo sono state erroneamente ritenute il prodotto del monachesimo orientale in fuga dall’Impero bizantino.
Al contrario, esattamente come per le chiese costruite, ciascuna presenta storia e caratteristiche proprie: sono santuari, chiese parrocchiali, piccole cappelle private realizzate come ex voto, cappelle funerarie, chiese di monasteri, chiesette rurali o a servizio di complessi produttivi. In molte sono facilmente riconoscibili le elaborate forme architettoniche, e spesso sono ancora presenti gli affreschi che le ornavano. Difatti, nonostante siano state quasi tutte abbandonate nel corso dei secoli, la natura di cavità artificiali ha consentito loro di giungere ai nostri giorni in buono stato di conservazione.

Madonna delle tre porte
La chiesa della Madonna delle Tre Porte è così chiamata perché si ritiene abbia avuto in passato tre ingressi scavati nella roccia. Lo spazio interno era diviso in tre navate separate da quattro pilastri centrali, di cui oggi ne sono superstiti in numero di due, dopo un rovinoso crollo avvenuto in epoca storica. Sulle pareti sono presenti numerose croci graffite incise dai fedeli quali ex voto e una croce dipinta di colore rosso, probabile traccia del rito di consacrazione della chiesa. Di fronte all’attuale ingresso trova spazio ciò che resta di una Madonna in trono (Kyriotissa) del secolo XIII, parzialmente trafugata dal professor Rudolf Kubesch nel 1962, assieme ad altri affreschi di questa stessa chiesa, e dopo il recupero oggi esposti presso Palazzo Lanfranchi. Altri splendidi affreschi sono un’Annunciazione, una Deesis (Cristo affiancato dalla Vergine e dal Battista) e una Madonna col Bambino che le porge un melograno, tutti databili al secolo XV e attribuiti al Maestro del Sepolcro di Martino Dechello (già noto come Maestro di Miglionico).

Sant’Agnese
La chiesa rupestre di Sant’Agnese ha una facciata in muratura e sulla porta d’ingresso si legge la data 1884. La chiesa è molto più antica e si presenta a una sola navata con aula e altare addossato alla parete di fondo. Il piano di calpestio della chiesa è stato ribassato notevolmente, tanto che l’attuale piano dell’altare corrispondeva in realtà al calpestio originario. Sulla parete absidale i lavori di restauro, realizzati nel 2020, hanno portato alla luce un affresco medievale databile tra il XII e il XIII secolo raffigurante Sant’Agnese. che era occultato da un dipinto raffigurante la medesima santa ma di presunta fattura ottocentesca. Altri affreschi sono comparsi a sinistra dell’arco trionfale, apparentemente di datazione duecentesca. Accanto alla chiesa si sviluppano numerose grotte utilizzate per il ricovero degli animali, per impiantare apiari, un caseario e una cisterna per raccogliere le acque piovane dal pianoro sovrastante. In esterno vi sono anche piccoli alloggiamenti quadrangolari simili a quelli presenti in esterno a Madonna della Croce, forse per l’alloggiamento di lanterne.

Asceterio Sant’Agnese
La chiesa rupestre di Sant’Agnese ha una facciata in muratura e sulla porta d’ingresso si legge la data 1884. La chiesa è molto più antica e si presenta a una sola navata con aula e altare addossato alla parete di fondo. Il piano di calpestio della chiesa è stato ribassato notevolmente, tanto che l’attuale piano dell’altare corrispondeva in realtà al calpestio originario. Sulla parete absidale i lavori di restauro, realizzati nel 2020, hanno portato alla luce un affresco medievale databile tra il XII e il XIII secolo raffigurante Sant’Agnese. che era occultato da un dipinto raffigurante la medesima santa ma di presunta fattura ottocentesca. Altri affreschi sono comparsi a sinistra dell’arco trionfale, apparentemente di datazione duecentesca. Accanto alla chiesa si sviluppano numerose grotte utilizzate per il ricovero degli animali, per impiantare apiari, un caseario e una cisterna per raccogliere le acque piovane dal pianoro sovrastante. In esterno vi sono anche piccoli alloggiamenti quadrangolari simili a quelli presenti in esterno a Madonna della Croce, forse per l’alloggiamento di lanterne.

Madonna della Croce
Superato il Vallone della Lupara su cui si affaccia la chiesa rupestre della Madonna delle Tre Porte, si risale sul versante opposto della gravina fino a raggiungere nella Murgia di Acito la chiesa rupestre della Madonna della Croce. Questa chiesa ha un ingresso ricavato nella roccia dentro un ampio arco parabolico. La facciata presenta numerosi buchi quadrati per l’appoggio di pali utilizzati per sostenere ripiani di legno o lanterne. L’interno mostra una navata unica con aula separata dal presbiterio da un arco a sesto ribassato e da una balaustra bassa in blocchi di pietra. Nel presbiterio si osserva una volta a crociera con i costoloni e una cupola a cerchi concentrici con una croce scolpita in rilievo. Sul soffitto piatto dell’aula sono scolpite due cupole in asse con splendide croci a rilievo mentre lungo le pareti laterali sono graffite numerose croci di diverse dimensioni. Nel catino absidale si ammira l’affresco della Madonna in trono (Kyriotissa) databile ai primi anni del secolo XIII. La Madonna Regina è rappresentata in trono col Bambino tra gli Arcangeli Raffaele e Gabriele. Nei pressi della chiesa in un’altra grotta, utilizzata come chiesa o semplicemente come luogo di sepoltura, si osservano alcuni frammenti d’affresco.
San Michele Arcangelo (erroneamente nota come San Pietro in Principibus)
Oggi la lettura della lama è resa meno agevole per la presenza della strada asfaltata che conduce all’altopiano di Murgia Timone. Sono comunque ben riconoscibili un apiario e un luogo di culto, nel 1966 edito come San Pietro in principibus, ma che grazie a documenti ormai inoppugnabili, possiamo affermare fosse dedicato a S. Michele Arcangelo.
La parte anteriore della chiesa risulta oggi crollata, sicché possiamo solo ipotizzare come si sviluppasse.La planimetria presentava tre navate, terminanti in altrettante absidi. Sul fondo dell’abside centrale, non prima della fine del Settecento, allorquando la chiesa subì un rovinoso crollo, furono scavati un varco e un vano quadrangolare dalla volta a botte. Questo è di particolare interesse per la presenza di numerosissimi graffiti, databili probabilmente all’Ottocento. Vi si riconoscono un Sole antropomorfo, cavalli, un soldato, un cavaliere, uccelli, una nave, un pavone, edifici, motivi vegetali, un campanile, tacche di conteggio, e sul soffitto una torre singola e quindi ciò che appare come la vista prospettica del Castello Tramontano con il campanile della Cattedrale sullo sfondo. La chiesa è stata sottoposta a intervento di restauro nel corso del 2020.

San Falcione
In località Murgia Timone, dentro un recinto con un alto muro di pietra, è nascosta la chiesa di San Falcione, in origine dedicata a San Canio. La chiesa è ad aula unica quadrangolare, da cui si accede ad un presbiterio diviso in due ambienti comunicanti tra loro, con archi a tutto sesto e cavità absidali. Il piano di calpestio della chiesa risulta oggi fortemente ribassato, in quanto in passato vi si è estratto materiale lapideo. Le immagini di un Santo Vescovo sono affrescate sia sul pilastro che separa l’ingresso delle due navate, che sulla parete destra dell’aula, da alcuni intrerpretato come San Nicola e da altri come San Canio, titolare della chiesa. Sulla stessa parete si apre un altare ricavato nella roccia in una cavità absidale. Sopra l’altare, nella conca, è leggibile appena l’affresco della Presentazione di Gesù al tempio al vecchio Simeone. Negli immediati dintorni della chiesa si scorgono alcune cavità, che un tempo costituivano un apiario.

San Biagio, erroneamente nota come San Vito
La chiesa rupestre di San Biagio (per molto tempo erroneamente nota come San Vito, per una errata identificazione di un affresco), presenta un’aula centrale con arcatelle sulle pareti laterali, e due zone presbiteriali, di cui quella di destra appare quella originaria, mentre l’area presbiteriale sinistra appare un ampliamento successivo, e lo si nota anche dall’interruzione del cornicione dell’aula. Il presbiterio di destra mostra inoltre un cornicione decorato a dente di sega, come in Santa Lucia alle Malve e San Nicola a Chiancalata, ma in questo caso si nota -internamente alle incisioni- la presenza di mastice rosso. Nelle tre nicchie compaiono i resti di affreschi poco leggibili. Si riconoscono a sinistra un santo in abiti monacali, a volte interpretato come Sant’ Antonio da Padova, al centro San Biagio (si legge l’epigrafe Blasius) e a destra un santo martire con lancia datato 1651. Dietro l’altare, ai piedi delle tre arcatelle, si scorge una tomba
FLORA
La flora del Parco Regionale della Murgia Materana comprende 923 specie, cioè circa un sesto dell’intera flora nazionale e un terzo di quella regionale: un numero ragguardevole per un’area di circa 8000 ettari di superficie.
Un centinaio sono le specie rare e rarissime tra cui molte entità di irradiazione mediterraneo-orientale, 61 quelle di nuova segnalazione per la flora lucana e ben 36 sono le specie endemiche e subendemiche cioè quelle entità con areale costituito da aree geografiche abbastanza ristrette.
Nel territorio del Parco, la millenaria azione dell’uomo se da un lato ha portato alla estrema rarefazione dei boschi, dall’altro ha costituito la ragione principale della diffusione delle specie erbacee dando luogo a quelle tipologie degradate di vegetazione a gariga e pseudosteppa.
Questi ambienti rivestono un ruolo di grande importanza nella biodiversità del territorio murgiano proprio per la grande ricchezza di specie che colonizzano queste aree aperte e libere dalla vegetazione arborea.
FAUNA
L’apparente asprezza del territorio del Parco della Murgia nasconde, in realtà, un ambiente naturale che colpisce per la sua bellezza segnata da imponenti pareti rocciose e dolci distese ondulate, profonde gole e fresche lame, che si presentano l’una dietro l’altra, in una continuità che non finisce di sorprendere.
Fra la gariga e la macchia mediterranea, nei boschetti residui di roverella e di fragno, si nasconde, oltre all’interessante flora rupestre, una fauna ricca e pittoresca.
Una fauna, quella del Parco della Murgia, molto ricca e variopinta, grazie anche al carattere scosceso e selvatico di alcune aree del Parco, che non ha favorito la totale antropizzazione del territorio a vantaggio di una fauna che invece vi ha trovato le condizioni ideali per la propria sopravvivenza.

